Charlie Hebdo e l’indignazione facile da social

Questo blog è rimasto inattivo per così tanto tempo che non mi ricordavo nemmeno della sua esistenza.

Lo riesumo, incerto in merito al suo futuro, per una questione puramente pratica: è più comodo articolare un’opinione attraverso esso che liquidarla sommariamente con un post su Facebook.

 

 

 

La vicenda della vignetta di Charlie Hebdo in merito al terremoto che ha colpito il centro Italia meno di due settimane fa ha scatenato lo sdegno furibondo di una gran parte di quello che ai giornalisti piace tanto chiamare “il popolo della rete”, una definizione demenziale che vorrebbe suggerire un intento collettivo dei fruitori dell’Internet quasi come se fossero mossi dagli stessi intenti verso un fine comune.

La realtà è che l’Internet è composto dalle stesse persone che incontrate nella vita di tutti i giorni (incredibile, vero? Non siete gli unici dotati di un computer!): rappresenta tutte le classi sociali ed i livelli di istruzione, tutte le frange di età della popolazione (a seconda delle piattaforme: è un fenomeno recente la colonizzazione di Facebook da parte degli over 50 ed il conseguente abbandono della piattaforma stessa, concepita come “roba da vecchi”, da parte dei teenager) e non rappresenta in nessun modo un interesse collettivo dei fruitori dello stesso.

Beh, escludendo il porno online.

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Lo sdegno online, si sa, è roba da poco: nel corso degli ultimi mesi vi siete espressi con categorica indignazione in merito ad una pletora di argomenti diversi: dal Fertility Day alle stragi ISIS, dai calciatori milionari che vi fanno perdere gli europei agli italiani-brutti-coglioni-da-internare-perché-non-avete-votato-al-referendum-sulle-trivelle-ora-tutti-i-pesci-muoiono-nel-petrolio-e-come-mi-faccio-i-selfie-a-Gallipoli?

In più, se siete dei coglioni razzisti, pure per tutta una serie di bufale inerenti ipotetici soldi percepiti dagli immigrati, sulla sacra triade Boldirni/Renzie/Napoitano e su ipotetici benefici portati all’Italia dall’epoca fascista.

Come non considerare, dunque, il buon Charlie Hebdo che passa davanti a noi come il famoso cadavere del nostro nemico trasportato dalle acque del fiume di un antico proverbio cinese?

Perché eravate Charlie un po’ per caso, un po’ per moda. Magari vi siete resi conto di cose fosse quel giornale dopo aver cambiato l’immagine del profilo su FB e <<cazzo, cosa faccio adesso? Se la ricambio faccio la figura di merda, oramai mi hanno già messo centoventi mi piace. Vabbé dai la tengo, che comunque gli islamici mi stanno sul culo. Je suis Charlie, immigrati di merda!>>

Però ora avete una scusa per indignarvi ancora! Cosa chiedere di più?

<<No Charlie, non va bene. Non è divertente, non è satira. Questo va oltre la libertà di espressione. Questa è pura cattiveria, Charlie, e non la tollero. Je ne suis pas Charlie>>

E giù carriole di mi piace di tutti i boccaloni che, insieme a voi, avevano cambiato l’immagine del profilo.

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In tutto questo gran casino, l’aspetto divertente che si può cogliere nel meccanismo inutile dello sdegno da social è la totale incomprensione di ciò di cui si sta trattando. Ho letto decine di “per me non è satira” e “non mi fa ridere” sganciati come pietre tombali di un dibattito inesistente (tanto siete tutti d’accordo!), dando per scontato che il nesso satira-divertimento-risata sia universale e scontato.

Peccato che non sia né l’uno né l’altro.

 

Non può essere universale perché ciò che fa ridere me non fa ridere te, e viceversa. Mio nonno non si perde una puntata del programma di Crozza e ride dall’inizio alla fine della puntata, io ho provato a guardarlo un paio di volte e tuttora non so se dentro di me abbia vinto il disgusto o la noia; quando ho provato a far vedere uno spettacolo di Doug Stanhope ad un’amica ho dovuto chiudere dopo nemmeno dieci minuti: non solo non rideva dello show, ma mi fissava con lo sguardo con cui si squadra un depravato (davvero ridi di queste cose? Tu ha dei problemi!).

 

Non può essere scontato perché, e qui cascano gli asini, la satira NON DEVE far ridere.

Può far ridere a crepapelle, può far sorridere.

Può farti sentire un brividino di terrore lungo la schiena che ti fa stringere i denti e ti costringe a cercare conforto attorno a te pure in una stanza vuota, come buona parte dei monologhi di Bill Burr.

La satira è un esorcismo individuale che serve a superare situazioni a cui è difficile approcciarsi come individui (morte, violenza, sottomissione, inferiorità sociale, tristezza) o a riflettere su tematiche complesse, e lo fa semplificando e ridicolizzandole.

Puoi riderne o no, ma il fine ultimo non è la tua risata: perlomeno, non soltanto quella.

 

“Non è satira perché non mi fa ridere” è un argomento di una ingenuità così disarmante da diventare a sua volta ridicolo.

A me fa non piace il cavolo cappuccio, ma se Antonella Clerici lo cucina alla prova del cuoco non vado a romperle i coglioni sulla sua pagina Facebook sostenendo che “quella non è cucina perché non mi piace il cavolo”.

“Il Vernacoliere è molto più divertente ed intelligente di Charlie Hebdo”. Si, e le carote sono un alimento davvero salutare e molto più buono del cavolo. Il mio giudizio è universalmente accettabile, no?

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Poi arrivano i geni che sostengono che “Charlie Hebdo è solo alla ricerca di visibilità”: in effetti sono proprio sconosciuti, soprattutto da quando un commando terroristico ha crivellato a colpi di kalashnikov mezza redazione l’anno scorso e la notizia è diventata simbolo mondiale della fragilità europea davanti al terrorismo.

 

“Sono solo degli sciacalli!” scritto da gente che poi ti riempie la bacheca di post di Salvini che dal giorno dopo il sisma converte in consensi le macerie vomitando patetica retorica razzista (fuori gli immigrati dagli alberghi, facciamo spazio ai terremotati!).

E, sempre a proposito di razzismi a la carte, la stessa vignetta diventa pretesto per dare libero sfogo ad atavici odi antifrancesi (“mangia lumache di merda!” “imparassero a lavarsi il culo, sti ricchioni senza bidet!” “dovete morire male mangiarane del cazzo!”) che non vedevano l’ora di farsi spazio sulle bacheche di questi geniacci, nel duplice sfondone di incolpare una popolazione intera per le azioni di un individuo e di riproporre cliché ancora più triti di quelli espressi dalla vignetta che non sono neppure insulti ma vengono concepiti come tali.

 

Davvero, non c’è molto da discutere se le premesse sono queste.

Non riesco a capire neppure quelli che si sforzano di spiegare le vignette per renderle più digeribili agli altri e si lanciano in improbabili parallelismi tra “la pasta e le persone che mangeranno sulla ricostruzione”: se anche fossero spiegazioni credibili, a cosa servono? La satira non va spiegata più di quanto non vadano spiegate la musica o la poesia: sono mezzi espressivi che possono o non possono toccare le tue corde, i tuoi sentimenti riguardo ad esse non sono trasferibili agli altri.

 

L’unica questione rilevante in questa vicenda, a mio avviso, è il “too close, too soon”.

È assolutamente normale che, in seguito ad eventi tragici di grandi dimensioni, le persone reagiscano attraverso l’ironia. La satira serve anche a questo, appunto: esorcizzare il dolore e le paure.

Il problema sono tempistiche e distanze: a nessuno verrebbe mai in mente di redarguire qualcuno perché si è azzardato a scherzare sul naufragio del Titanic, sulle crociate o sui sacrifici umani aztechi. Sono eventi di inaudita tragicità, ma così lontani da noi nel tempo e nello spazio che si può tranquillamente raccontare una barzelletta su di essi senza incorrere nelle ire di nessuno.

La stessa comicità, se applicata ad epoche più recenti (es. le battute su Hitler e sul nazismo), diventa “humor nero”.

Magari ridi, ma guardi chi hai attorno per accertarti di non fare brutta figura.

Il problema si presenta quando l’evento è vicino a noi, temporalmente e fisicamente. Se il dolore è vivo, è più facile che si ripresenti.

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Ho un ricordo ben definito del pomeriggio settembrino in cui Al Quaeda colpì le torri gemelle a New York: al posto della “Melevisione”, il mio me undicenne fissava la colonna di fumo nero alzarsi dalla torre senza coscienza delle conseguenze.

Dopo i crolli, chiesi a mia madre “ma ora viene la guerra?”. Rispose con un rassicurante “no, non viene la guerra”. Crescendo ho poi capito che, in realtà, intendeva “a casa nostra non viene la guerra”: a casa degli altri è arrivata eccome, invece.

 

A pochi giorni dal crollo delle torri, durante il N.Y. Friars Club Roast dedicato a Hugh Hefner, il comico Gilbert Gottfried prende il microfono e si lascia scappare una battuta sul suo essere a disagio, al momento della partenza dell’aereo diretto a New York, per la presenza di uno scalo sull’Empire State Building.

È il delirio: la gente urla, piovono insulti, qualcuno grida “too soon!”.

Gottfried se la cava proponendo la sua versione di The Aristocrats e salva faccia e carriera.

Poco più di un mese dopo, George Carlin è sul palco del Beacon Theater di New York a registrare il suo nuovo special “Complaint & Grievances” (inizialmente intitolato “I kinda like it when a lot of people die” e ribattezzato in seguito agli attentati).

Dopo un breve preambolo su se stesso, si lancia in un monologo a tema 11 settembre in cui l’argomento viene presentato come “l’elefante nella stanza di cui nessuno dice niente, come se ad una bella festa ci fosse uno stronzo che galleggia nella ciotola del punch”.

Va avanti interi minuti.

La gente ride, nonostante le migliaia di morti.

La tensione, palpabile ad inizio spettacolo, si dissipa.

Applausi.

Lo spettacolo procede, in una delle sue performance migliori di sempre.

Diversi episodi, stesso luogo, stessa tematica: approccio lievemente differente, tempi diversi.

Da una parte sdegno ed indignazione, dall’altra lo scopo della satira: una platea intera che esorcizza tensioni e paure, e ride.

 

Se la satira non vi fa ridere, non seguitela.

Se per la vignetta di Charlie Hebdo non era adatto né il momento né il luogo, lasciate correre.

Ma, per favore, smettetela di scassare i maroni con queste indignazioni da vomitino facile: non saranno i “mi piace” che raccattate per accrescere la vostra autostima a portare rispetto a chi ha perso la vita.

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Quelli che si comprano il cellulare GROSSO

La prassi di Ingannamondi prevede due step fondamentali: iniziare i post commiserandomi perché “in questo periodo scrivo poco” (dove per “questo periodo” si intendono più o meno gli ultimi venticinque anni) ed inserire, nel corso dell’intervento, almeno una immagine idiota con un animale come protagonista.

Il primo step si può considerare eseguito, mentre il secondo verrà soddisfatto in uno spazio vigliaccamente individuato come soggetto a cali di attenzione.

Zan zan.

Qualche giorno fa mi è capitato di vedere al telegiornale un servizio che mi ha incuriosito particolarmente.

Apple presentava il nuovo Apple Watch. Sono caduto dalle nuvole: Apple non ha mai avuto la sfortuna di avermi come cliente, principalmente perché mi piace la roba che costa poco e funziona bene.



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(eventuali reclami in seguito a questa affermazione saranno letti con gusto e derisi pubblicamente)


Dicevo, dunque, che non ne sapevo nulla.

Questo Apple Watch, lì per lì, mi ha incuriosito; il lettore attento ed intelligente avrà a questo punto già capito quanto la mia buonafede e la mia stupidità mi portassero a voler individuare nelle descrizioni dell’oggetto in questione qualcosa che è ovviamente demenziale ricercavi: l’utilità.

Voglio dire, siamo nel 2015.

Siamo finalmente riusciti a liberarci dell’ingombrante presenza degli orologi da polso e del loro fascino pacchiano.

Viviamo in un’epoca in cui l’ora esatta ci è gentilmente fornita da cellulari, sveglie, lettori mp3, televisori, lettori dvd, automobili, cartelli stradali, distributori di benzina, supermercati, discount alimentari, farmacie e timbratrici dell’autobus.

Pensate all’ultima volta in cui avete chiesto ad una persona che ore fossero.
Intendo l’ultima volta in cui eravate seriamente interessati alla risposta, quindi escludete automaticamente tutti i goffi tentativi di approccio in cui chiedere l’ora non vi ha di certo aiutato a rimorchiare.

Fatto?
Ecco, appunto.

Ma l’Apple Watch non serve mica solo per conoscere l’ora eh!
Serve per un sacco di altre cose.
Tipo ricevere e-mail, telefonare, cose così.
Ah, dite che si può fare anche con un cellulare?
E che senza il cellulare l’Apple Watch non funziona?
Ah.

Ora, non vorrei essere etichettato come “odiatore” della Apple.
La Apple fa il suo mestiere, la multinazionale di prodotti tecnologici, come e meglio delle altre: rifila paccottiglia a cifre a doppio/triplo zero a gente che non vede l’ora di comprarla.

Il mio discorso è, più in generale, di carattere antropologico. Nella nostra società, con lo sdoganamento di ciò che era considerata “roba da nerd”, è avvenuto un mutamento essenziale: abbiamo fuso moda e status symbol utilizzando l’elettronica (settore per sua natura incline ad un miglioramento molto rapido e marcato anche sul breve termine, quindi capitalizzabile in modo estremamente violento).

Mi spiego meglio.

All’epoca di mio nonno, ma in parte anche a quella dei miei genitori, gli status symbol del signorotto alto-borghese erano quattro: la bella macchina, la bella casa, i bei vestiti e la bella paccottiglia inutile.
A questi se ne aggiungeva un quinto, la moglie giovane, che però non aveva un valore economico quantificabile a meno che il signorotto in questione non fosse un saudita fornito di un sufficiente numero di cammelli.



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(ci sono cose che non si possono comprare. Per tutto il resto c’è Mastercard. O i cammelli.)


Il signorotto altoborghese dell’epoca poteva tranquillamente procurarsi uno di questi status symbol e considerarlo generalmente immune allo scorrere del tempo. L’oggetto diventava una eredità per le generazioni successive (l’orologio d’oro del nonno, il completo da millemila euro del matrimonio di Concettina fatto a mano che ti sta bene preciso preciso come allo zio Gennaro quando l’ha comprato che non era ancora grasso come adesso, eccetera).

La moda, invece, era cosa ben diversa.

Si sviluppava prevalentemente in ambiti commerciali a larga diffusione tra le fasce medio-basse della popolazione (abbigliamento, alimentare, musicale) e si esauriva in tempi rapidissimi. Alcune mode si ripresentavano ciclicamente, ma in linea di massima il pensiero delle mode passate era vissuto con vergogna.

Vi sfido a trovare qualcuno che si proclami erudito in materia di europop o di glam rock, o magari che abbia il coraggio di girare per strada indossando t-shirt con le spalline o scaldamuscoli color evidenziatore.

Per il momento gli hipster hanno riportato in auge solo le bici a scatto fisso, gli occhiali con la montatura stile segretario della DC provinciale anni ’50, i vinili, i baffi a manubrio e gli stracazzo di risvoltini ai pantaloni, ma non dubito che in futuro alcune incursioni nel vestiario anni ’80 ci daranno finalmente motivazioni sufficienti per procedere con la nuclearizzazione di Bologna. Sottolineo finalmente.



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(ogni giorno, quando ascoltate una canzone di Mannarino, il Maiale Triste diviene ancora più triste.)


Io non ho alle spalle una gran esperienza di vissuto in termini prettamente cronologici, ma mi porto sulle spalle quello che considero un bagaglio di esperienze orrorifiche discretamente ampio. Partendo dal periodo in cui tutti quanti sembravano in possesso di una t-shirt rosa, attraversando quello dei pantaloni infilati nei calzini e quello in cui tutti – pure i leghisti – avevano una kefiah, sino ad arrivare all’anno in cui per i vestiti da donna tirava un sacco il viola ed a fare un giro al mercato sembrava di entrare in una piantagione di lavanda, sono più le mode che vorrei dimenticarmi rispetto a quelle che ricorderò con nostalgia.

Ma questa cosa idiota del comprarsi il cellulare di ultimo modello le batte TUTTE.

Perché vedo quotidianamente discussioni e scambi di opinione violenti tra quelli che “VIVA L’IPHONE” e quelli che “NO VIVA SAMSUNG” manco fossero musulmani sciiti e sunniti, gente che fa la fila per giorni al solo fine di investire lo stipendio di due mesi in una scatola di vetro e metallo che ha già un conto alla rovescia non esplicitato al momento dell’acquisto: tra un anno o tra un mese, uscirà un nuovo modello dello stesso telefono. Avrà lo stesso nome con l’aggiunta di una lettera improbabile, tipo la “J”. Il display sarà più grande di tre millimetri e venticinque micron. La fotocamera ( sulla utilità della quale potrei aprire discussioni di ore ed ore. È carina l’idea di fare le foto col telefono, ma se la qualità delle stesse – che sarà sempre inevitabilmente inferiore a quella della macchina fotografica più scrausa sul mercato – diviene il tuo pretesto per acquistarne un altro stai evidentemente manifestando i segni di un ritardo mentale. Lo dico per te, eh. Non che non mi faccia piacere sapere che Instagram ti ha insegnato a mettere filtri esotici ai tuoi scatti, ma più in generale mi duole informarti che a nessuno fotte assolutamente niente di sapere cosa mangi per colazione, cosa ti ha regalato il tuo ragazzo per il compleanno o quanta espressività ti abbiano insegnato a manifestare nei selfies anni ed anni di autoscatti nei cessi degli Autogrill) avrà due megapixel in più. Gli angoli saranno leggermente smussati e tu ti sentirai incompleto.

Vivrai per qualche tempo in stato di ansia e frustrazione vedendo i tuoi conoscenti estrarre il loro CazzPhone 7 – J dal taschino interno dei jeans coi risvoltini, poi striscerai al negozio e comprerai il nuovo modello.

Arriverai a casa e, religiosamente, lo estrarrai dalla custodia.



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(è arrivato, è arrivato!)



Lo preparerai alla prima carica come si accudisce un neonato, con quel misto di amore e commozione che solo le prime volta sanno dare.

Lo accenderai, constaterai che funziona come il modello precedente e ti metterai subito a fare tutte quelle cose per cui era assolutamente necessario l’acquisto del nuovo modello:

Whatsapp, Facebook e Candy Crush.

Whatsapp, Facebook e Candy Crush.

I mangiatori di carogne e l’ignoranza sulla satira

L’escalation di opinioni e giudizi arbitrari a cui stiamo assistendo in queste ore tra media e social network (e faccio presente che l’ottica che vado a commentare è quella dei media italiani) in seguito all’attentato a Charlie Hebdo è qualcosa che non può che lasciare interdetto un qualsiasi fruitore abituale di satira.

In primo luogo, abbiamo tutta una serie di messaggi di vicinanza/condoglianze/cordoglio di autorità più o meno rilevanti, e tutti più o meno indirizzati ad un non ben specificato “popolo francese” sempre in difesa della “libertà di stampa”.

Poi, abbiamo gran parte dei satiristi “de noantri”, comici o sedicenti tali, che nell’esprimere cordoglio ci tengono a ricordare a tutti che sono autori satirici anche loro e che, insomma, prima che arrivino al martirio potremmo anche sganciargli due spicci visto che fanno un mestiere pericoloso. No?

C’è, inoltre, una grossa fetta di commentatori che fino a stamattina non sapeva neanche cosa fosse Charlie Hebdo, che probabilmente quando pensa alla satira pensa a Crozza (o, se particolarmente audace, al Vernacoliere), molto impegnata a farci sapere che #JeSuisCharlie e che “il loro odio non fermerà la nostra voglia di libertà” o qualche altra bella frase del genere e #GuardaMammaComeSonoImpegnatoSuiSocial.

Infine, e qui davvero si può scrivere dulcis in fundo (questo è solo il primo di una lunga serie di latinismi che utilizzerò nel post, unici frammenti di conoscenza sopravvissuti ai miei cinque anni di liceo scientifico passati ad accumulare “4” ad ogni versione), abbiamo i cani da combattimento delle destre xenofobe, politici e non, che sfruttano la notizia per la più merdosa propaganda che si possa concepire.

Alè.

Reductio ad absurdum

Un atto terroristico di dimensioni pazzesche: il governo italiano manifesta al popolo e al governo francese la sua vicinanza.”   Paolo Gentiloni

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(l’amorevole rispetto di Charlie Hebdo per il governo francese)

“al popolo e al governo francese”.

Cito Gentiloni perché è un ministro del governo italiano e perché in una riga ha riassunto perfettamente quello che è un meccanismo privilegiato del potere (la creazione di identità fittizie), ma di dichiarazioni del genere se ne trovano a palate (vedi Cameron).

Ora, ammesso e non concesso che “il popolo francese” nel suo complesso possa sentirsi in lutto per quanto avvenuto oggi a Parigi (e sinceramente ne dubito. Charlie Hebdo fa satira seria, e la satira seria è per sua natura poco incline ad apprezzamenti trasversali), qualcuno vuole di grazia spiegarmi quale possa essere il collegamento possibile tra un organo di satira ed un organo di potere del calibro di un governo?

Misteri della fede.

Ab uno disces omnis

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(la tempestiva reazione della Santanché agli sviluppi pomeridiani)

Ah, la Santanché. Quella che si indignava ferocemente quando Vauro (temibile esempio satira italiana, autore di vignette che fanno ridere quasi quanto le parrucche di Crozza) metteva il preservativo in testa al papa. Oggi la scopriamo amica dei francesi (dajeeee) e della libertà di espressione.

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(Una copertina di Charlie Hebdo che l’onorevole apprezzerà sicuramente)

Peraltro, nello stesso frangente, la gentil signora in questione aveva esortato il buon Vauro a produrre vignette su Maometto, ridicolizzandolo in quanto l’argomento era troppo pericoloso e lasciando intendere che il vignettista avesse il timore di farsi ammazzare. Ora potrà dirsi, almeno in parte, soddisfatta.

Divide et impera

Questi però sono i miei preferiti.

Sono tutti quelli che aspettavano una scusa, solamente una piccola scusa.

Sono gli avvoltoi che hanno trovato carogne su cui banchettare, e ne gioiscono mentre trasudano indignazione da esibire come una mostrina.

Sono i Salvini, i Fiore, i Meloni. Sono i loro giovani adepti.

Gente che ti butta lì con nonchalance la propria solidarietà e, nel frattempo, sfrutta l’occasione per alzare la posta in gioco.

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(citando i Bauhaus, “Exquisite Corpse”)

Capito? Un commando islamista massacra una redazione di autori satirici, ancora non si sa precisamente chi siano gli attentatori ma la risposta è già BLOCCHIAMO L’INVASIONE.

Perché devono per forza essere immigrati, presumibilmente clandestini.

Con un po’ di fortuna pure negri.

Froci no, che purtroppo quelli all’Islam non piacciono. Altrimenti sai che colpo?

Ma i negri vanno benone.

UN PENSIERO PER LE POVERE VITTIME.

Io mi chiedo cosa penserebbero gli autori massacrati di essere definiti “povere vittime” da questo mangiatore di carogne. Loro, che pubblicavano cose del genere.

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BASTA CON IL BUONISMO DELLA SINISTRA CHE VIETA IL PRESEPE ED IL CROCEFISSO PER NON OFFENDERE I MUSULMANI

Vai magica Giorgia, Charlie Hebdo è con te!

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Tutto questo non è commentabile.

Si può solo registrare ed archiviare.

La satira ha un bersaglio totalmente naturale nella religione, e nei meccanismi di costrizione mentale da essa generati.

La religione reagisce come può: con violenza ed ignoranza.

Questo a prescindere da quale che sia la religione in oggetto.

I mezzi possono cambiare, e può essere che i monologhi di Maher sulla superiorità oggettiva dei valori occidentali non siano del tutto da buttare.

Non lo so e non mi interessa.

Ma se c’è qualcosa di certo al mondo, quella cosa è che voi non siete Charlie Hebdo.

Voi siete degli avvoltoi di merda.

Ma sapete, più a lungo ascoltate questo dibattito sull’aborto e più a lungo sentite questa frase: <<Santità della vita>>.

L’avete sentita, no? <<Santità della vita>>. Ci credete?

Personalmente, io credo sia una merdata.

Beh, insomma, la vita è sacra? E chi lo ha detto? Dio?

Hey, se leggete la storia realizzate subito che Dio è una delle  principali cause di morte.

Lo è stato per migliaia di anni.

Indù, musulmani, ebrei, cristiani, tutti che si ammazzavano a turni perché Dio aveva detto loro che era una buona idea.

<<La Spada di Dio>> <<Il Sangue dell’Agnello>> <<la Vendetta è mia>>, milioni di figli di puttana morti.

Milioni di figli di puttana morti.

E tutto perché avevano dato la risposta sbagliata alla domanda su Dio: “Credi in dio?” “No.” BOOM! Morto.

“Credi in Dio?” “Si.” “Credi nel mio Dio?” “No.” BOOM! Morto.

“IL MIO DIO HA UN CAZZO PIU’ GROSSO DI QUELLO DEL TUO DIO!”

(George Carlin, Back in Town)

Lode a Mishima

44 anni fa moriva, suicida, Yukio Mishima.

Non ho nulla di particolare da scrivere, però mi sembra un buon pretesto per riportare un paio di sue riflessioni su cui a mio parere vale la pena perdere qualche minuto (o qualche ora, o una vita intera).

[…] Rilike ha scritto che gli uomini contemporanei non possono morire in modo romantico.
“Muoiono in una stanza di ospedale come un’ape nella cella”
Nella morte odierna, che sia morte per malattia o per incidente automobilistico, non vi è alcun dramma.
Viviamo in tempi in cui la cosiddetta “morte eroica” non esiste. […]

[…]La vita è una cosa strana. Le persone non sono abbastanza forti per vivere e morire solo per amor proprio.

La gente di solito pensa a qualche ideale, qualche causa.

Perciò presto si stancano di vivere solamente per amor proprio.

Ed è sicuro che, quando arrivano a morire, hanno bisogno di una motivazione.

Questa un tempo era chiamata una “causa nobile”.

Morire per una causa nobile è il modo più splendido ed eroico di morire.

Ma ora non esiste una “causa nobile”.

Ciò avviene a causa del sistema democratico; la democrazia non ha bisogno di “cause nobili”, quindi è naturale che non esistano.

Perciò, se non mantieni nel tuo cuore dei valori che siano più grandi di te, sei in uno stato psicologico per cui la tua esistenza è inutile. […]

(per chi fosse interessato alla fonte delle citazioni)

Tutto qui, passo e chiudo con la canzone di rito.

Le regole dell’InternetZ

La mia generazione, ovvero quella nata a cavallo tra la fine degli anni ottanta ed i primissimi anni novanta, ha indubbiamente moltissimi difetti. Elencarli non è affar mio (attendo solo il suffisso –enta per potermi lagnare del fatto che I GIOVANI D’OGGI NON SONO PIÚ QUELLI DI UNA VOLTA!), ma è indubbio che ve ne siano.
Abbiamo, però, un pregio notevolissimo colpevolmente ignorato dagli osservatori esterni: siamo adatti all’InternetZ.
Di più, molti di noi sono temprati nell’InternetZ.

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(True story, bro.)

Non abbiamo, in questo, meriti particolari: siamo semplicemente nati nel momento giusto.
La nostra infanzia ci ha avvicinato all’informatica già a livello scolastico pur non essendo invasiva, ed internet si è trasformato in una opportunità agli occhi degli “adulti” proprio mentre vi stavamo muovendo i primi passi.
Il social network della nostra infanzia/adolescenza era MSN, attualmente defunto ma assolutamente formativo sotto moltissimi aspetti.
Si trattava di uno strumento poco flessibile e volto prevalentemente a chattare, personalizzabile solamente attraverso una immagine del profilo, un nickname ed uno stato. Dati, questi, che non venivano conservati dal social una volta cambiati.
Insomma, attraverso MSN abbiamo imparato come comunicare sull’InternetZ mettendo in piazza il nostro ego SENZA CHE di queste messe in piazza restasse memoria nel tempo. Miliardi e miliardi di bit contenti fotografie di dubbio gusto, frasi pseudo filosofiche, improbabili vanterie sessuali ed orribili trascorsi politici… tutto morto e sepolto, a differenza dei ricordi imbarazzati che ne serbiamo. Vantaggio, se ci pensate, notevolissimo rispetto a quello dei bambini/adolescenti attuali che, allo stesso fine, utilizzano piattaforme dotate di memoria come Facebook o Twitter. Con tutto quello che ne consegue in termini di privacy dei contenuti, e di quello che ne conseguirà quando, tra qualche anno, desidereranno tornare indietro con una macchina del tempo per soffocare nel sangue la propria idiozia.

Il boom dei social network degli ultimi anni ha portato utenti di fasce d’età assolutamente lontanissime tra loro ad affacciarsi sul mondo multiforme della rete.
Si va dalla generazione sopracitata a quella dei quarantenni, salendo con gli anni fino ad arrivare ai nonni muniti di Facebook che spammano immagini piene di cuoricini e santini vari non mancando mai di augurare quotidianamente “buongiorno” e “buonanotte” a tutti i loro contatti (di solito tre, tutti residenti nel condominio di provenienza del soggetto in questione).

Logico, non tutti gli appartenenti alla mia generazione hanno lo stesso grado di alfabetizzazione in materia. Pochi hanno sfiorato i torbidi recessi di Usenet, ed una buona parte non ha (per sua fortuna) idea di che cosa sia /b/. Pochi fanno un uso corretto della netiquette, ed altrettanti sarebbero in grado di spiegare il concetto di meme con adeguato campionamento di immagini “storiche” di supporto. Non tutti sono a conoscenza delle Rules of the internet, ma quasi tutti hanno interiorizzato un concetto di una banalità disarmante:

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Concetto che può essere parafrasato in un “dai sempre pochissimo peso all’InternetZ” o, ancora più brevemente, in “esticazzi”.

Qui sta il salto generazionale: nell’incomprensione data dall’immaginare internet come uno spazio libero, sconfinato e democratico dove arricchirsi umanamente e comunicare con i conoscenti in garbata e pudica armonia.

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(Un utente dell’InternetZ per come è immaginato dal giornalista medio di Repubblica)

Errore.
Internet è un prodotto della collettività umana e, in quanto tale, contiene TUTTO. Tanto gli arricchimenti culturali quanto il materiale più abbietto. Ed è uno spazio tutto fuorché democratico: gli unici due regimi che governano le sue realtà, piccole o grandi che siano, sono l’oligarchia/tirannide e l’anarchia più pura.

Per queste ragioni, è a mio parere scontato che il capoccione di turno come Schifani chieda a gran voce una legge “contro la violenza sul web”. O che la stessa cosa venga richiesta in Inghilterra, USA, Francia, Germania. O che orde di giornalisti che vorrebbero essere al passo con i tempi come Mentana, Scacciavillani e Christian Rocca tentino di comunicare su Twitter per poi scappare urlando non appena si muove una foglia contro di loro: sono culturalmente incapaci di concepire l’InternetZ.
La loro generazione non riesce ad accettare che dopo aver condiviso con milioni di potenziali sconosciuti una foto che li ritrae in gita con la famiglia al lago un perfetto sconosciuto arrivi e la commenti con “faccia di cazzo”. Senza alcuna motivazione, semplicemente perché si è sull’InternetZ.

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(Un utente dell’InternetZ per quello che è nella realtà)

Ed è qui che arriva la sorpresa.
Tra le orde di giornalisti perbenisti dal vomitino facile e tra le permalose icone mediatiche nazionali, arriva ad ergersi come un gigante di purezza l’uomo che non ti aspetti.
Maurizio Gasparri.
Lui, l’InternetZ, lo ha interpretato così:

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Ed ha solo ragione.
Viva l’InternetZ, Gasparri capotroll.

Hexakosioihexekontahexafobia

Wooo, che titolo astruso/mistico/enigmatico.

Sapete cos’è la hexakosioihexekontahexafobia?

No?

Sticazzi, tanto non ha niente a che vedere con il post. È che non avevo la più pallida idea di come incominciarlo, e questo espediente meschino mi ha fornito la possibilità di temporeggiare riempiendo qualche riga di inutili giri di parole.

Comunque, per la cronaca, la hexakosioihexekontahexafobia è la paura irrazionale del numero 666. Lo dice Wikipedia, quindi presumo che, in una ipotetica scala dell’attendibilità scientifica che va da “me l’ha detto mio cugggggino” a “me l’ha detto Stephen Hawking” (“detto”… vabbé), questa informazione si possa situare all’incirca nei pressi di “l’ho imparato a scuola”.
 

 

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(Bravo Giuliano, ti senti realizzato? Le tue patetiche battutine sulla qualità del sistema scolastico italiano sono proprio frutto di quella mentalità di destra che sta affossando il nostro paese! Continua pure sulla china del cinismo, ma poi non ti lamentare se la gente vota Renzi e usa hashtag come #picoftheday e #solocosebelle mentre fotografa la propria colazione.)

 

 

Comunque.

A proposito di degrado, credo sia giunto il momento di domandarsi se la libertà di espressione su internet sia ancora necessaria.

Voglio dire, è palese come non funzioni. La quantità pregiudica la qualità, è fisiologico.

Prendiamo ad esempio Redacon, un sito che la maggior parte dei miei lettori conosce piuttosto bene (questo considerando che i lettori abituali saranno cinque o sei persone, di cui la metà residenti nell’Appennino emiliano).

È statisticamente certo che, considerando un qualsiasi articolo che contenga almeno un commento, il lettore si troverà di fronte a qualcosa appartenente alla lista seguente:

 

<<Bastaaaaa, non se ne può più! Dov’è il sindaco?>>

<<Povera Italia!>>

<<Questi signori che si perdono nei nostri boschi dovrebbero pagare le spese di soccorso. Allora si che starebbero attenti!>>

<<Sentite condoglianze.>>

<<Una volta non c’erano mica tutti questi caprioli in giro, bisognerebbe chiedere i danni a chi ce li ha mollati!>>

<<Un ringraziamento alle forze dell’ordine per il lavoro che svolgono ogni giorno>>

<<Ma i vigili servono solo a farci le multe?>>

<<I peggiori sono i ciclisti che viaggiano affiancati. Vogliamo parlare dei ciclisti che viaggiano affiancati?>>

<<Congratulazioni!>>

<<E le moto che tagliano le curve a tutto sprint?>>

<<MEDITATE GENTE, MEDITATE>>                                                               

<<Questi signori farebbero meglio a rimanersene a casa loro in pianura>>

<<Ormai non si può più stare tranquilli neanche a casa propria!>>

<<I nostri giovani sono allo sbando>>

<<Oggi ho fatto VENTI MINUTI di coda al semaforo! Ormai non se ne può più!>>

 

A questo punto non servono più i commentatori: studiamo un bot che si occupi di assegnare in automatico ad ogni articolo la frase appropriata.

Chiamiamolo “MontanaroMedioBot” e lasciamo che faccia il cazzo che gli pare, tanto il risultato sarà lo stesso.

 

 

P.S. Il responsabile del settore marketing di Ingannamondi mi informa che un post risulta molto più invitante se condito con un buon quantitativo di immagini.

Per questa ragione, ecco a voi questa foca triste che non ha nulla a che vedere con il delirio qui sopra.

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ESEGESI DELLO STRONZO

Aggiornare il blog durante il periodo estivo è una idea impraticabile. Non che non ci provi, eh, solo che le cose da fare sono troppe.

Mi siedo, apro Word, digito qualche cazzata e subito

<<Giuliano, vieni a rastrellare il fieno!>>

<<Giuliano, vieni a bere una birra?>>

<<Giuliano, il cane sta partorendo!>>

True story. Manco fossi un’ostetrica.

Comunque.

Esistono momenti, nella vita, in cui si viene annichiliti da situazioni esterne che non si riescono a concepire nel modo più assoluto. Tipo, che so, quando dal gelataio è finito il tuo gusto preferito. O quando qualcuno della tua età si sposa. O quando il PD vince le elezioni.

Mi è capitato anche qualche giorno fa, in seguito allo scontro Christian Rocca – Guido Baldoni.

Per chi se lo fosse perso, Rocca è un giornalista come tutti gli altri ( di quelli, in sostanza, che “avete ancora la libertà di pensare… ma quello non lo fate e in cambio pretendete la libertà di scrivere e di fotografare” cit. ) che, nella foga di arricchire di idiozie un articolo già abbastanza cazzone di suo, è riuscito ad insultare in malo modo via Twitter l’educatissimo Guido Baldoni, figlio di quell’Enzo Baldoni ucciso in Iraq dieci anni fa, reo di avere smascherato pubblicamente la sua evidente malafede.

Per chi si fosse perso la cosa, lo storify si trova qui: https://storify.com/Ilbaldons/dialogo-a-distanza-guido-baldoni-christian-rocca .

Ora, della vicenda in sé hanno parlato più o meno TUTTI, quindi glisso evitando di annoiare gli eventuali lettori estivi. Però due paroline su Guia Soncini, che irrompe nella discussione con un commento del genere, le devo scrivere.

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(La classe. La delicatezza. L’intelligenza.)

Sulle prime sono stato solamente spiazzato dall’ignoranza del commento. Poi mi sono chiesto chi diavolo fosse questa Soncini.

A dar retta a Wikipedia, è una che per lavoro scrive su riviste di merda trattando di televisione. A dar retta a ciò che scrive sul suo blog, è un incrocio tra una giornalista di gossip e una hipster bolognese troppo avanti con l’età che pensa di essere simpatica condendo ogni sua frase con un acido sarcasmo alla Jimmy Carr (con quel pizzico di sfottò ai parenti morti della gente che porta sempre retweet in tempi di cinismo obbligato).

Ma io c’ho il feticcio degli imbecilli, una volta che li scopro devo fare scorpacciate con tutto quello che fanno e dicono. Così faccio un salto su Youtube, e cosa non ti trovo?

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(La mia reazione alla scoperta. In realtà avrei dovuto aspettarmelo.)

GLI STATI GENERALI DELLA CULTURA.

AHHNNNNNNNNNNNN.

E figurati.

Guardando anche solo due o tre minuti del suo intervento (io mi sono violentato con tutti i quasi 22 minuti, una agonia) si ha da subito una percezione piuttosto chiara del soggetto: retorica ignorante che fa l’occhiolino alla comicità, superiorità ‘ntelletualeh desinistrah, citazioni a gogo e anche un po’ a cazzo di cane ( Hegel che diventa Gramsci che diventa Heidegger ne ”il comportamento” di Gaber? Vabbé che se parli ad un pubblico del PD di Gaber puoi dire quel che ti pare, tanto è improbabile che abbiano ascoltato qualcosa più di “Destra-Sinistra” e “Barbera e Champagne”).

Il tutto nel giochino idiota del volersi atteggiare ad intellettuale più intellettuale degli intellettuali perché reputa degne di interesse anche cose non intellettuali che piacciono alla GGGGENTE e non agli intellettuali (gne gne gne).

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(Lui gli STATI GENERALI DELLA CULTURA li osserva da lassù)

Alla fine di questa grottesca carnevalata retorica in cui la Soncini ci rende edotti in merito alla trivialità del termine “sdoganare”, il messaggio che credo di aver colto è dobbiamo svecchiarci. Dobbiamo essere meno intellettuali per essere più intellettuali. O, forse, più sinceri nell’essere poco intellettuali.

Ed è a questo punto che mi interrogo sulla questione del giorno.

In questi ultimi anni, abbiamo visto la mediocrità divenire lo standard intellettuale.

Non commerciale, quello è assodato e proprio di ogni epoca storica, ma proprio qualitativo.

Uno scrittore non particolarmente capace e privo di contenuti come Baricco è un grande autore.

Un comico di infimo livello che fa “satira” cambiandosi la parrucca come Crozza è un fine analista politico.

Una filmetto banalissimo (e brutto. Posso dirlo, sul mio blog, che è brutto?) come “Il capitale umano” di Virzì è un film bellissimo, potente, lieve, preciso.

E via di questo passo, tutti sul carrozzone dei nuovi riferimenti intellettuali: Gramellini, Allevi, Saviano, Papa Francesco.

Per non parlare poi di Jovanotti: ormai è ovunque a sciorinare perle di saggezza manco fosse il cazzo di Dalai Lama.

Ma ora siamo allo stadio successivo: siamo all’accettazione di Volo, Moccia, della Mazzantini.

Siamo all’elevazione del trash a standard culturale, perché se la massa sceglie la merda forse forse la merda non puzza poi così tanto.

E allora, io ho un sogno.

Lassù, nell’olimpo della comicità mondiale, voglio vedere Checco Zalone ed Enrico Brignano.

Perché è giusto così, nell’epoca in cui i metacazzoni sparano metacazzate sotto gli applausi scroscianti di un pubblico che si sente legittimato a fare schifo.